Aprire un negozio online in Italia richiede sei cose, e nessuna è il sito. Servono un prodotto con un margine che regga spedizione e pubblicità, la partita IVA aperta prima della prima vendita, la comunicazione al comune, una piattaforma con catalogo e checkout, un sistema di incasso e un corriere, e le pagine legali che il codice del consumo pretende. La parte tecnica si chiude in due o tre settimane e costa poche centinaia di euro. La parte che decide se il negozio vive è un’altra: con i valori più comuni di partenza servono circa trenta ordini al mese, cioè uno al giorno, solo per coprire i costi fissi. Questa guida percorre i passaggi nell’ordine reale in cui si fanno, con il conto davanti.
Cosa serve davvero, in sette passaggi
L’ordine conta più dell’elenco. Chi parte dal sito personalizza un tema per tre settimane e poi scopre che il prodotto scelto non regge sei euro di spedizione.
- Verifica il prodotto e il margine. Prezzo di vendita meno costo, spedizione e commissioni: quello che resta è il tuo budget per farti trovare.
- Apri la partita IVA e iscriviti al Registro delle imprese con la Comunicazione unica, prima del primo ordine incassato.
- Presenta la SCIA allo sportello unico per le attività produttive del comune, di norma insieme alla Comunicazione unica.
- Scegli la piattaforma e monta il catalogo. Poche referenze fatte bene battono duecento schede copiate dal fornitore.
- Attiva incassi e spedizioni. Un fornitore di pagamento, un corriere, le condizioni di reso scritte prima e non dopo il primo reclamo.
- Pubblica le pagine legali: condizioni di vendita, informazioni precontrattuali, modulo di recesso, informativa privacy e banner cookie.
- Porta i primi visitatori e misura. Qui inizia il lavoro vero, e non finisce più.
La colonna da leggere è l’ultima: quasi tutto deve stare in piedi prima del primo euro incassato, ed è il motivo per cui aprire un negozio online è sempre più lento di quanto promettano le piattaforme.
| Passaggio | Tempo realistico | Cosa lo fa durare di più | Prima della prima vendita |
|---|---|---|---|
| Scelta del prodotto e verifica del margine | 2 o 3 settimane | Aspettare i preventivi dei fornitori e i campioni | sì |
| Partita IVA e Registro delle imprese | da 1 giorno a 2 settimane | Reperire i documenti e la firma digitale | sì |
| SCIA allo sportello unico | contestuale, effetto immediato | Comuni con moduli propri fuori dal portale nazionale | sì |
| Piattaforma, tema, catalogo | 2 o 4 settimane | Foto e testi delle schede, sempre | sì |
| Pagamenti e spedizioni | 2 o 5 giorni | La verifica di identità del fornitore di pagamento | sì |
| Pagine legali | 1 o 2 giorni | Adattare i modelli al caso concreto | sì |
| Primi visitatori e primi test | continuo | Il budget, non il tempo | no |
Quanto costa partire e quanti ordini servono per il pareggio
La domanda giusta non è quanto costa aprire, è quante volte al mese deve suonare la notifica dell’ordine perché il negozio smetta di costarti denaro. Cambia i valori con i tuoi: il numero in fondo a destra è l’unico che conta.
Quanto costa partire, e quanti ordini servono
Le prime voci sono spese. L'ultimo numero e la domanda vera: con il tuo margine e il tuo scontrino medio, quanti ordini al mese ti servono per coprire i costi fissi.
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Investimento iniziale
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Costi fissi al mese
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Ordini al mese per il pareggio
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Non sono inclusi il tuo tempo, la partita IVA con i contributi, ne le tasse sull'utile. Il primo magazzino e un investimento che recuperi vendendo, non un costo ricorrente: per questo resta fuori dai costi fissi mensili.
Con i valori precaricati, che descrivono chi parte con intenzioni serie ma senza capitale, l’investimento iniziale è di 3.800 euro e i costi fissi mensili sono 656 euro fra canone della piattaforma, dominio e servizi, e pubblicità. Con uno scontrino medio di 55 euro e un margine lordo del 40 per cento ogni ordine lascia 22 euro. Servono trenta ordini al mese, uno al giorno, per pareggiare.
Trenta ordini al mese sembrano pochi finché non li traduci in traffico. Con un tasso di conversione dell’1 per cento, che per un negozio nuovo è già un buon risultato, un ordine al giorno vuol dire cento visitatori al giorno e tremila al mese. Non arrivano perché il negozio esiste: si comprano con la pubblicità, si guadagnano con i contenuti in un anno, o si prendono in prestito da un marketplace pagando la commissione. Quanto costa il traffico lo dice il conto sul ROAS di pareggio, che è la stessa domanda vista dal lato della pubblicità.
Due avvertenze. Il magazzino sta fuori dai costi fissi perché lo recuperi vendendo, ma se il prodotto non gira quei soldi restano in cantina e diventano la perdita vera. E nei 656 euro non ci sono il tuo tempo né i contributi previdenziali, che a differenza delle tasse sull’utile si pagano anche quando l’utile è zero.
Cosa vendere: come si valuta un’idea prima di comprare magazzino
Un’idea di prodotto si valuta su cinque assi, e bastano due bocciature per lasciar perdere. La valutazione va fatta prima dell’ordine al fornitore, quando costa solo un pomeriggio, non dopo, quando costa il bancale.
| Criterio | Domanda a cui rispondere | Quando è un problema |
|---|---|---|
| Domanda reale | Qualcuno cerca già questo prodotto con parole sue, o devo spiegargli che esiste? | Se nessuno lo cerca, il costo di acquisizione lo paghi tutto in pubblicità, per sempre |
| Margine | Dopo costo, spedizione e commissioni, quanti euro restano per ordine? | Sotto i 15 euro di margine per ordine la pubblicità a pagamento non regge quasi mai |
| Peso e fragilità | Quanto pesa il collo, quanto è ingombrante, quanto si rompe? | Oltre i 5 kg o con volume alto la spedizione mangia il margine e i resi costano il doppio |
| Concorrenza | Chi c’è già, e vende la stessa identica cosa al mio stesso prezzo? | Se il prodotto è identico e comparabile al centesimo, l’unica leva rimasta è il prezzo |
| Stagionalità | In quanti mesi all’anno vendo davvero? | Se il 70 per cento del fatturato sta in due mesi, i costi fissi corrono anche negli altri dieci |
Sul peso vale un conto secco: un prodotto da 30 euro con 6 euro di spedizione e 12 euro di costo lascia poco più di 9 euro netti, e un solo reso su dieci ordini cancella il margine di quasi due vendite. Lo stesso prodotto a 90 euro lascia 60 euro netti. I prodotti economici si vendono online solo con carrelli multipli o con volumi che al primo anno non hai.
Sulla concorrenza la domanda non è quanti sono, ma se sono confrontabili: vendere l’articolo identico che sta su altri venti negozi significa competere solo sul prezzo, e quella guerra la vince chi compra meglio, cioè chi ha già volume. Nella rivendita pura l’unica cosa che ti distingue è la scheda, ed è il tema della guida alla scheda prodotto. Se invece stai valutando di non tenere magazzino, i margini reali del dropshipping e quali fornitori pubblicano davvero i listini sono nella guida ai fornitori dropshipping in Italia.
Partita IVA, regime fiscale, ATECO: gli obblighi italiani
È la parte che i contenuti tradotti dall’inglese saltano, ed è quella che ti fa chiudere se la sbagli. Ogni riferimento qui sotto è verificato sul testo della norma o sulla pagina dell’amministrazione competente, con i link in fondo.
La partita IVA serve da subito, anche per pochi ordini
Non esiste una soglia di vendite sotto la quale si può vendere online senza partita IVA. Il discrimine non è quanto incassi: la legge IVA definisce esercizio di impresa l’esercizio «per professione abituale, ancorché non esclusiva» delle attività commerciali, anche se non organizzate in forma di impresa. Un catalogo pubblicato e ordini accettati ogni giorno sono abitualità per definizione, con dieci ordini al mese come con mille. La dichiarazione di inizio attività va presentata entro trenta giorni. La vendita occasionale copre l’oggetto proprio ceduto una volta, non un negozio aperto al pubblico.
Una nota da tenere a mente: gli articoli del decreto IVA del 1972 che regolano questi obblighi sono abrogati dal 1 gennaio 2027, quando entra in applicazione il testo unico IVA approvato con il decreto legislativo 10 del 2026. Gli obblighi restano, cambia il testo in cui si leggono.
Insieme alla partita IVA si fanno, con la Comunicazione unica presentata alla Camera di commercio, l’iscrizione al Registro delle imprese, l’apertura della posizione INPS e quella INAIL. Sulla previdenza l’avvertenza è pesante: l’iscrizione alla gestione commercianti comporta contributi calcolati su un reddito minimale, cioè dovuti anche nei mesi in cui non vendi niente. L’importo cambia ogni anno con la circolare INPS di inizio anno, quindi il numero va letto lì e non su una guida, ma va messo a bilancio prima di aprire, non dopo.
Regime forfettario: la soglia e il coefficiente che ti riguarda
Chi apre un negozio online al primo anno di solito rientra nel regime forfettario. I paletti pubblicati dall’Agenzia delle Entrate sono tre: ricavi non superiori a 85.000 euro l’anno, ragguagliati all’anno se apri a metà anno; spese per lavoro dipendente e accessorio non superiori a 20.000 euro lordi; e superamento dei 100.000 euro che fa uscire dal regime subito, nello stesso anno, con l’IVA dovuta da quell’operazione in poi.
Il reddito imponibile non è la differenza fra ricavi e costi: è una percentuale forfettaria dei ricavi, il coefficiente di redditività, fissato per gruppo di settore nell’allegato 4 alla legge 190 del 2014. Per il commercio all’ingrosso e al dettaglio, dove ricade la vendita online di beni, il coefficiente è il 40 per cento. Su quel 40 per cento si applica l’imposta sostitutiva del 15 per cento, ridotta al 5 per cento per i primi cinque anni quando ci sono i requisiti per la nuova attività.
La conseguenza pratica è controintuitiva e va capita prima di scegliere. Nel forfettario i costi reali non si deducono: se fatturi 50.000 euro l’imponibile è 20.000 euro anche se fra magazzino e pubblicità ne hai spesi 35.000. Un negozio con margini alti e poche spese ci guadagna; un negozio di rivendita che compra merce e brucia budget pubblicitario spesso paga meno in contabilità ordinaria. È un calcolo da fare con i numeri veri, non una scelta di default.
Il codice ATECO dopo la riforma del 2025
Qui è cambiato tutto e molte guide in circolazione sono ferme alla classificazione vecchia. ATECO 2025 è in vigore dal 1 gennaio 2025 ed è stata adottata operativamente, per le finalità statistiche e amministrative, dal 1 aprile 2025.
La novità che riguarda chi vende online è che il commercio al dettaglio non si classifica più per canale di vendita ma per tipo di prodotto. Le note dell’Istat sono esplicite: il commercio al dettaglio per corrispondenza o via internet è classificato in base alla tipologia di beni venduti, perché la maggior parte delle attività vende sia in negozio sia online e la quota dei due canali cambia nel tempo. Il vecchio codice generico del commercio via internet non è più la risposta giusta: il codice si sceglie guardando cosa vendi, non dove lo vendi. E attenzione al gruppo 47.9, che nella nuova classificazione non è più la vendita per corrispondenza ma l’attività di intermediazione per il commercio al dettaglio, cioè i marketplace.
Da sapere: la tabella dei coefficienti forfettari è ancora scritta con i codici della classificazione precedente. Il gruppo del commercio al 40 per cento resta quello, ma se il tuo caso è di confine falla confermare a chi ti tiene la contabilità, con il codice preciso in mano.
Fattura elettronica, corrispettivi, SCIA
Tre obblighi che si confondono di continuo, e sono cose diverse.
| Adempimento | Quando | Cosa comporta per un negozio online |
|---|---|---|
| Dichiarazione di inizio attività IVA | Entro 30 giorni dall’inizio dell’attività | Va fatta prima di incassare il primo ordine, non dopo il primo mese di vendite |
| Iscrizione al Registro delle imprese | Con la Comunicazione unica | Insieme partono anche le posizioni INPS e INAIL |
| SCIA per la vendita a distanza | Allo sportello unico del comune in cui avvii l’attività, di norma insieme alla Comunicazione unica | Ha effetto dalla presentazione, non è un’autorizzazione da attendere |
| Fatturazione elettronica | Dal 1 luglio 2022 sopra 25.000 euro di ricavi, dal 1 gennaio 2024 per tutti | Nessun esonero residuo per i forfettari: serve un canale di trasmissione allo SdI |
| Vendite a distanza in altri paesi UE | Oltre 10.000 euro l’anno nell’insieme dell’UE | L’IVA diventa quella del paese del cliente, con registrazione al regime OSS |
Sulla SCIA, attenzione a un errore che gira ancora nelle guide: la norma citata quasi ovunque, l’articolo 18 comma 1 del decreto sul commercio del 1998, è abrogata. La disposizione viva è l’articolo 68 del decreto legislativo 59 del 2010, che assoggetta la vendita al dettaglio per corrispondenza o tramite altri sistemi di comunicazione a segnalazione certificata di inizio attività, da presentare allo sportello unico del comune in cui l’esercente intende avviare l’attività. Nella segnalazione vanno dichiarati il possesso dei requisiti e il settore merceologico. Non è un permesso: produce effetto dalla presentazione.
Sulla fattura al consumatore c’è un fraintendimento diffuso: per le cessioni di beni fatte da commercianti al minuto, incluse quelle per corrispondenza, la fattura non è obbligatoria se il cliente non la chiede al momento della vendita. E le cessioni di chi effettua vendite per corrispondenza sono esonerate dall’obbligo di certificazione dei corrispettivi con scontrino o ricevuta, per una previsione esplicita del regolamento del 1996. Questo non vuol dire che non si registra niente: i corrispettivi vanno annotati, e nella pratica quasi tutti i negozi emettono comunque il documento perché il gestionale lo fa da solo e perché il cliente lo chiede. L’esonero riguarda la certificazione al banco, non la contabilità.
La soglia europea dei 10.000 euro sorprende chi cresce in fretta. Si calcola sull’insieme delle vendite a distanza verso consumatori di tutta l’Unione, al netto dell’IVA: sotto applichi l’IVA italiana, sopra si applica quella del paese di destinazione a partire dall’operazione che ha causato il superamento. Il regime OSS serve a versarla con una dichiarazione unica invece di aprire una posizione IVA in ogni paese. Se spedisci anche fuori dall’Italia, monitorala dal primo giorno: 10.000 euro su tutta l’UE sono meno di quanto sembrino.
Scegliere la piattaforma: i criteri, non la classifica
Non esiste la piattaforma migliore, esiste quella che costa meno a te sul volume che farai fra due anni. Le classifiche invecchiano in sei mesi e quasi tutte le scrive chi prende una commissione su una sola delle opzioni, questa pagina compresa. Per questo qui trovi i criteri.
- Costo totale, non canone. Sotto il canone ci sono la commissione sulle transazioni, quella dell’incasso, le app a pagamento e il tema. Su un negozio da 20.000 euro al mese la differenza fra due piattaforme si misura in migliaia di euro l’anno, quasi mai nel canone.
- Chi ci mette le mani. Senza saper scrivere codice, un sistema ospitato costa di più in canone e molto meno in ore. Con uno sviluppatore, l’open source ridà controllo e restituisce il costo in manutenzione.
- Fatturazione elettronica e adempimenti italiani. Una piattaforma internazionale non nasce con lo SdI dentro: verifica quale estensione usi, quanto costa e chi la aggiorna quando cambia la norma. È il punto dove le migrazioni si incagliano.
- Uscita. Prima di entrare, guarda come si esportano catalogo, storico ordini e clienti. Una piattaforma da cui non si esce è una scelta definitiva presa il primo mese, quando ne sai meno.
- Velocità del checkout, non del tema. Le pagine da demo sono tutte veloci. Quella che conta è il carrello con dieci varianti e un codice sconto attivo.
Il conto completo su una delle opzioni più diffuse, canone per canone e commissione per commissione, sta nell’analisi dei prezzi e delle commissioni di Shopify in Italia. Lo schema di calcolo lì dentro si applica identico a qualsiasi altra piattaforma: prendi il listino, aggiungi le commissioni e dividi per gli ordini.
Pagamenti, spedizioni e resi: il minimo che serve
Il minimo per vendere in Italia sono due metodi di pagamento, un corriere e una regola di reso scritta. Tutto il resto si aggiunge dopo, quando gli ordini dicono cosa manca.
Sui pagamenti la scelta pratica è carta più un portafoglio digitale. Le commissioni sono pubblicate e vanno lette prima, perché entrano nel margine di ogni singolo ordine. Rilevazione del 10 agosto 2026 sui listini pubblici: Stripe indica 1,5 per cento più 25 centesimi per le carte standard dello Spazio economico europeo, 2,8 per cento più 25 centesimi per le carte premium e 3,15 per cento più 25 centesimi per le carte internazionali non britanniche; PayPal indica 3,40 per cento più 35 centesimi per le transazioni commerciali nazionali, con una maggiorazione per i pagamenti extra UE. Su uno scontrino di 55 euro la differenza fra i due estremi è di circa un euro a ordine: sembra poco, sono 360 euro l’anno a trenta ordini al mese, cioè metà del tuo primo mese di pareggio.
Il contrassegno riduce l’abbandono in alcune categorie e aumenta i rifiuti alla consegna, che paghi due volte in trasporto. Se lo attivi, mettici un costo esplicito e guarda il tasso di rifiuto dopo cinquanta ordini, non dopo cinque.
Sulle spedizioni i listini pubblici dei corrieri sono quasi sempre i più cari. Chi parte usa in genere un aggregatore, che compra volume per conto di molti negozi e rivende senza minimi contrattuali. Le tariffe dipendono da peso, volume e volumi mensili, quindi qui non trovi una cifra: chiedi due preventivi con le misure vere dei tuoi colli. E il numero da verificare non è il prezzo per spedizione, è il costo del reso: chi paga il ritorno, quanto costa e quanti giorni passano prima che il pezzo torni vendibile.
Sui resi la regola che salva il primo anno è banale: scrivi la politica prima di riceverne uno. Quando un cliente scrive arrabbiato, qualsiasi decisione presa sul momento diventa il tuo precedente.
Cosa devi al cliente, per legge
Le regole del contratto a distanza non dipendono dalla dimensione del negozio: valgono uguali al primo ordine e al diecimillesimo. Sono quattro blocchi.
Informazioni precontrattuali. Prima che il cliente sia vincolato devi avergli dato, in modo chiaro e comprensibile, chi sei e come contattarti, le caratteristiche del bene, il prezzo totale comprensivo di imposte, le spese di spedizione, le modalità di pagamento e consegna, condizioni e termini del recesso con il modulo tipo, il costo della restituzione se è a suo carico, e il promemoria della garanzia legale di conformità. L’elenco si è allungato negli ultimi anni e le voci nuove sono quelle che mancano quasi sempre: l’avviso quando il prezzo è personalizzato con un processo decisionale automatizzato, il periodo minimo di aggiornamenti software per i beni con elementi digitali, l’indice di riparabilità e la disponibilità di pezzi di ricambio. Se vendi elettronica, quelle tre righe non sono facoltative.
Recesso di quattordici giorni. Il consumatore recede senza dover fornire alcuna motivazione entro quattordici giorni, che per i beni decorrono dal giorno in cui lui o un terzo da lui designato acquisisce il possesso fisico della merce, non dall’ordine. Con consegne in più lotti il conto parte dall’ultimo. Se non lo informi del diritto di recesso, il periodo si chiude dodici mesi dopo la fine di quello iniziale: nel caso peggiore ti trovi un reso legittimo a più di un anno di distanza, e non serve nessuna ispezione perché succeda. Se rimedi entro quei dodici mesi, il termine scade quattordici giorni dopo che il cliente ha ricevuto l’informazione.
Sui rimborsi due dettagli operativi che valgono soldi. Il rimborso è dovuto entro quattordici giorni da quando ti arriva la comunicazione di recesso, comprensivo delle spese di consegna standard, ma puoi trattenerlo finché non ricevi i beni o la prova della spedizione: è la clausola che ti protegge dal reso mai spedito. E il costo diretto della restituzione resta al consumatore solo se glielo hai scritto prima; se hai omesso di informarlo, il ritorno lo paghi tu. Una riga mancante nelle condizioni di vendita diventa la spesa di corriere di ogni reso dell’anno.
Garanzia legale di conformità. Il venditore risponde dei difetti che si manifestano entro due anni dalla consegna, e l’azione si prescrive comunque entro ventisei mesi dalla consegna. Sui beni usati le parti possono ridurre il termine, ma non sotto un anno. Il punto che quasi tutti sbagliano riguarda il passato: l’obbligo per il consumatore di denunciare il difetto entro due mesi non esiste più, è caduto con la riforma del 2021, e i modelli di condizioni di vendita che lo riportano ancora sono copiati da testi superati. La garanzia è a carico tuo e non del produttore: rispondere a un cliente che deve rivolgersi alla casa madre è, oltre che sbagliato, il modo più veloce per prendersi una segnalazione.
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Molte di queste informazioni vivono nella scheda prodotto più che nelle pagine legali, perché è lì che il cliente decide. Come metterle senza appesantire la scheda, regole sul prezzo barrato comprese, è nella guida alla scheda prodotto.
Cosa fa chiudere i negozi nuovi
Nessuno pubblica statistiche affidabili sulla mortalità dei negozi online italiani al primo anno, quindi qui non troverai la percentuale a effetto che gira sui social. Si può dire senza inventare numeri quali errori hanno una conseguenza aritmetica prevedibile.
- Il margine troppo sottile. Con 9 euro di margine per ordine non esiste canale a pagamento che funzioni: ogni clic costa e il conto non torna mai. È l’errore che non si recupera lavorando di più.
- Il capitale finito nel magazzino. Comprare il bancale per avere il prezzo migliore, e restare senza soldi per farsi trovare. Il magazzino non si vende da solo.
- Aspettare il traffico organico. Fra la pubblicazione e i primi risultati dalla ricerca passano mesi, spesso più di sei, e in quei mesi i costi fissi corrono.
- Confondere fatturato e utile. Il fatturato non è tuo: dentro ci sono l’IVA, il costo della merce, il corriere, le commissioni e i contributi. Il numero da guardare è quello che resta dopo tutto, e va guardato ogni mese, non a fine anno.
- Sottovalutare il servizio clienti. Al primo anno rispondi tu, e ogni ora sulle email è un’ora tolta al catalogo: un costo reale che non compare in nessun preventivo.
- Cambiare tutto ogni tre settimane. Tema nuovo, canale nuovo, prodotto nuovo: nessuna prova dura abbastanza da produrre un dato, e a fine anno non hai imparato niente.
Ha senso aprire ora se
- Hai già un prodotto con almeno 20 euro di margine per ordine, o un carrello medio che ci arriva
- Puoi coprire dodici mesi di costi fissi senza contare sulle vendite del negozio
- Hai una fonte di traffico che controlli già: una lista email, un pubblico, un negozio fisico, una nicchia in cui sei conosciuto
- Vendi qualcosa che non è confrontabile al centesimo con lo stesso identico articolo su un marketplace
- Puoi dedicarci ore vere ogni settimana, non i ritagli
Aspetta se
- Il margine per ordine sta sotto i 15 euro e non hai modo di alzare lo scontrino
- Il capitale che hai basta solo per il primo magazzino, senza budget per farti trovare
- Non hai ancora verificato che qualcuno cerchi il tuo prodotto con parole sue
- Stai per rivendere un articolo identico a quello di venti concorrenti, senza un motivo per comprarlo da te
- Ti serve un reddito entro tre mesi: questo non è il canale giusto per quella scadenza
Aspettare non vuol dire rinunciare: vuol dire usare quei mesi per la parte a costo zero, cioè verificare la domanda, chiedere i preventivi ai fornitori e mettere insieme un pubblico. Chi apre dopo aver fatto queste tre cose parte con un vantaggio che il budget pubblicitario non compra.
Domande frequenti
Si può aprire un negozio online senza partita IVA?
No, se l’attività è abituale, e un negozio con un catalogo pubblicato e ordini continui lo è per definizione. Non conta l’importo incassato: conta la continuità e l’organizzazione. La vendita occasionale senza partita IVA copre altro, per esempio la cessione sporadica di beni propri usati, non un’attività di rivendita.
Quanto serve davvero per partire?
Dipende quasi solo dal magazzino. Senza, fra piattaforma, dominio e configurazione si sta sotto il migliaio di euro. Con magazzino la voce dominante è l’ordine minimo del fornitore, e i 3.800 euro precaricati nel calcolatore sono una configurazione realistica, non un minimo. La cifra che manca in tutti i preventivi è sempre la stessa: dodici mesi di costi fissi e di budget per farsi trovare.
Meglio aprire su un marketplace o un negozio proprio?
Sono cose diverse e spesso si fanno insieme. Il marketplace ti presta il traffico, ti prende una commissione a due cifre e non ti lascia il cliente. Il negozio proprio ti lascia il cliente e ti chiede di procurarti il traffico. Chi parte senza pubblico usa spesso il primo per validare il prodotto e il secondo per costruire il margine.
Devo scegliere il regime forfettario?
Non automaticamente. Il forfettario tassa una percentuale fissa dei ricavi e ignora i costi reali: conviene a chi ha margini alti e poche spese, e può costare caro a chi compra merce e investe in pubblicità. La verifica si fa con due simulazioni sui tuoi numeri previsti, una in forfettario e una in ordinaria, prima di aprire e non a bilancio chiuso.
Serve un commercialista?
Per l’apertura, sì, e costa meno di quanto costa sbagliarla: codice ATECO, scelta del regime, posizione INPS e Comunicazione unica sono decisioni che si prendono una volta e si pagano per anni. Per la gestione ordinaria di un forfettario il carico è basso, ma serve comunque qualcuno che guardi la soglia dei ricavi durante l’anno e non a dicembre.
Fonti
- Agenzia delle Entrate, regime forfetario per le imprese: soglia di 85.000 euro, uscita a 100.000, imposta sostitutiva al 15 e al 5 per cento
- Allegato 4 alla legge 190 del 2014, testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale: coefficiente di redditività del 40 per cento per il commercio all’ingrosso e al dettaglio
- Istat, classificazione ATECO 2025: in vigore dal 1 gennaio 2025, adottata operativamente dal 1 aprile 2025
- Istat, struttura e note esplicative di ATECO 2025: il commercio al dettaglio via internet si classifica in base alla tipologia di beni venduti
- Agenzia delle Entrate, risoluzione 24/E dell’8 aprile 2025 sull’adozione dei codici ATECO 2025
- Agenzia delle Entrate, domande frequenti sul regime OSS: soglia di 10.000 euro per le vendite a distanza intracomunitarie
- Art. 4, art. 22 e art. 35 del decreto IVA: esercizio abituale di impresa, fattura non obbligatoria nel commercio al minuto, dichiarazione di inizio attività entro trenta giorni. Normattiva riporta l’abrogazione di questi articoli con effetto dal 1 gennaio 2027
- Art. 2 del regolamento 696 del 1996, lettera oo): esonero dalla certificazione dei corrispettivi per le vendite per corrispondenza
- Art. 18 del decreto legge 36 del 2022: fatturazione elettronica dal 1 luglio 2022 sopra 25.000 euro e dal 1 gennaio 2024 per tutti
- Art. 68 del decreto legislativo 59 del 2010: SCIA per la vendita per corrispondenza allo sportello unico del comune
- Codice del consumo, art. 49: obblighi di informazione nei contratti a distanza
- Art. 52 e art. 53: quattordici giorni di recesso, e dodici mesi in più se l’informazione manca
- Art. 56 e art. 57: termini di rimborso e chi paga la restituzione del bene
- Art. 133: garanzia legale di due anni e prescrizione a ventisei mesi
- Portale impresainungiorno.gov.it, sezione SCIA e presentazione contestuale alla Comunicazione unica
- INPS, aliquote e contributi della gestione commercianti: qui si legge l’importo aggiornato del contributo sul reddito minimale
- Listino Stripe Italia e commissioni PayPal per i venditori, rilevati il 10 agosto 2026
Come abbiamo scritto questa guida
La parte fiscale e amministrativa è stata verificata sulle pagine e sui documenti delle amministrazioni competenti, consultati il 10 agosto 2026: soglie e aliquote del regime forfettario sulla scheda dell’Agenzia delle Entrate, il coefficiente di redditività del commercio sull’allegato 4 pubblicato in Gazzetta Ufficiale, le regole della classificazione ATECO 2025 sulle note metodologiche dell’Istat, la soglia europea dei 10.000 euro sulle risposte ufficiali dell’Agenzia in materia di OSS. Le commissioni dei fornitori di pagamento sono state lette sui listini pubblici lo stesso giorno e sono quelle standard, non quelle negoziate a volume.
Cosa non abbiamo fatto. Non abbiamo aperto un negozio per scrivere questa guida, quindi nessuna frase qui sopra racconta un’esperienza diretta: i conti sono modelli costruiti su ipotesi dichiarate e il calcolatore serve proprio a sostituire le nostre ipotesi con le tue. Non abbiamo trovato una fonte istituzionale che pubblichi il tasso di chiusura dei negozi online italiani al primo anno, e per questo la sezione sugli errori non contiene percentuali. L’importo dei contributi INPS della gestione commercianti non è riportato in cifre perché la circolare annuale non era consultabile in forma di testo al momento della verifica: va letto sulla fonte, il link è qui sopra. Non siamo consulenti fiscali né legali: per il tuo caso concreto la fonte resta il testo normativo o un professionista abilitato.