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Fisco e obblighi

Codice ATECO per ecommerce: quale serve per vendere online

Non esiste un codice ATECO per l’ecommerce. Dal 2025 il commercio al dettaglio si classifica in base al prodotto che vendi, non al canale con cui lo vendi: chi vende scarpe online usa lo stesso codice di chi le vende in negozio. Il vecchio codice unico della vendita via internet, il 47.91.10, nella tavola di raccordo dell’Istat si apre su 96 codici diversi. La domanda giusta non è più qual è il codice dell’ecommerce, è qual è il codice della merce che tratti.

Qui si scende nel dettaglio del solo codice attività. Partita IVA, SCIA, fattura elettronica e soglia europea stanno nella guida su come aprire un negozio online.

Cosa è cambiato con ATECO 2025

Pubblicata con comunicato Istat sulla Gazzetta Ufficiale n. 302 del 27 dicembre 2024, la nuova classificazione è in vigore dal 1 gennaio 2025 e sostituisce ATECO 2007 nell’aggiornamento 2022. Operativamente è attiva dal 1 aprile 2025, per i contribuenti e per le pubbliche amministrazioni: lo dice la risoluzione 24/E dell’Agenzia delle Entrate dell’8 aprile 2025.

Le note esplicative dell’Istat alla divisione 47 sono esplicite: la classificazione del commercio al dettaglio avviene in base ai beni commercializzati e non in base alle modalità o al canale di vendita. Il motivo è nelle note stesse: quasi tutti i dettaglianti vendono sia in negozio sia online, è difficile stabilire quale canale prevalga, e la quota dei due cambia nel tempo. I gruppi che raccoglievano il commercio ambulante e quello fuori dai negozi sono spariti, e il loro contenuto è finito nelle classi merceologiche.

I codici delle merceologie più comuni

Guardi cosa vendi, cerchi la classe nella divisione 47 e scendi alla sottocategoria a sei cifre, il livello di dettaglio nazionale. Nel solo commercio al dettaglio ci sono 94 sottocategorie a sei cifre e nessuna nomina internet. I codici qui sotto vengono dalla struttura ufficiale dell’Istat e vanno letti preceduti da «commercio al dettaglio di».

Cosa vendiCodiceDenominazione ufficiale
Abbigliamento adulti47.71.10articoli di abbigliamento per adulti
Abbigliamento bambini47.71.20articoli di abbigliamento per neonati e bambini
Scarpe47.72.11calzature e accessori per calzature per adulti
Borse e pelletteria47.72.20articoli in pelle e articoli da viaggio
Cosmetici e profumi47.75.00cosmetici e di articoli di profumeria
Integratori47.27.30integratori alimentari e prodotti dietetici
Computer e software47.40.10computer, unità periferiche e software
Elettrodomestici47.54.00elettrodomestici
Mobili47.55.10mobili per la casa
Giocattoli47.64.00giochi e giocattoli
Attrezzatura sportiva47.63.29altre attrezzature sportive
Gioielli e orologi47.77.00orologi e articoli di gioielleria
Abbigliamento usato47.79.31articoli di abbigliamento di seconda mano

La seconda mano ha una classe sua, la 47.79, valida a prescindere dalla merceologia. E la divisione 47 esclude i servizi di download, per esempio di libri e video.

Il 47.9 non è più la vendita online, è il marketplace

Prima il 47.9 era il commercio al dettaglio fuori dai negozi, quindi anche internet. Oggi si chiama «attività di servizi di intermediazione per il commercio al dettaglio» e le note dell’Istat lo descrivono come l’attività che facilita le transazioni fra acquirenti e venditori a fronte di un compenso o di una commissione, senza assumere la proprietà dei beni intermediati. È il marketplace, non il negozio: 47.91 per il commercio non specializzato, 47.92 per quello specializzato.

Il criterio non lascia margini: se il dettagliante non assume la proprietà della merce va in 47.9; se la assume, anche quando agisce per nome e per conto terzi, va nei gruppi da 47.1 a 47.8. La domanda non è «vendo su una piattaforma», è «la merce passa di proprietà a me prima di arrivare al cliente». Chi vende prodotti propri su un marketplace altrui resta un dettagliante. Vale anche per il dropshipping: il negozio vende in nome proprio, la proprietà passa da lui, il codice è quello della merce.

Se vendi categorie diverse: cinque classi e 35 per cento

Il commercio al dettaglio non specializzato, gruppo 47.1, non è dove finisce chiunque abbia due categorie a catalogo. Le note fissano una soglia doppia: ci vanno le unità che vendono prodotti compresi in almeno cinque classi dei gruppi da 47.2 a 47.8, e dentro quel gruppo la scelta dipende da quale famiglia rappresenta almeno il 35 per cento del valore aggiunto, o di un suo sostituto.

Con tre categorie sei quindi ancora un dettagliante specializzato e prendi il codice della merceologia principale. Da cinque in su entri nel non specializzato e guardi i pesi: se alimenti, bevande e tabacchi valgono almeno il 35 per cento vai in 47.11, altrimenti in 47.12, ripartito per prevalenza fra informatica ed elettrodomestici 47.12.10, mobili e articoli per la casa 47.12.20, ferramenta e materiali da costruzione 47.12.30, cosmetici e profumeria 47.12.40, abbigliamento e calzature 47.12.50. Se nessuna famiglia arriva al 35 per cento resta il 47.12.90. La soglia è sul valore aggiunto, non sul fatturato: un motivo in più per guardare il margine per categoria, come nel conto di quanto costa aprire un negozio online.

Codice prevalente e codici secondari

Il codice non è uno solo: c’è un prevalente, che descrive l’attività principale, e uno o più secondari per le altre attività effettivamente esercitate. La risoluzione 24/E lo conferma quando ricorda che il contribuente può verificare in Anagrafe Tributaria «i codici ATECO, prevalente e secondari» collegati alla propria posizione.

  • Negozio fisico più online. Spesso non genera più due codici, perché il canale non entra nella classificazione: stessa merce, codice unico.
  • Categorie lontane fra loro che non arrivano alle cinque classi: merceologia prevalente più i secondari.
  • Vendita più servizi. Consulenza, installazione, riparazione o corsi stanno in divisioni diverse dalla 47. È il caso in cui i codici multipli pesano di più.

Cosa cambia davvero: forfettario, contributi, SCIA

Altre norme usano il codice come chiave di accesso. La più concreta è il coefficiente di redditività del forfettario, nell’allegato 4 alla legge 190 del 2014: il gruppo «commercio all’ingrosso e al dettaglio» ha coefficiente 40 per cento, gli «intermediari del commercio» il 62, le attività professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie e di istruzione il 78, le altre attività economiche il 67. Su 50.000 euro di ricavi il 40 per cento fa 20.000 euro di imponibile, il 78 per cento ne fa 39.000.

La divergenza da conoscere prima di leggere quella tabella

L’allegato 4 è tuttora scritto nella vecchia classificazione: la colonna si intitola letteralmente «codici attività ATECO 2007» e non risulta riespressa in ATECO 2025. La tabella quindi non si può leggere confrontando i numeri con il proprio codice attuale, e chi lo fa rischia due incidenti opposti. Il primo: l’allegato mette il 47.9 nel gruppo del commercio al 40 per cento, perché allora era il commercio fuori dai negozi, mentre oggi il 47.9 è l’intermediazione, la cui sostanza somiglia agli intermediari del commercio, che nello stesso allegato stanno al 62. Il secondo, speculare: l’allegato dà il 40 per cento ai codici «da 47.1 a 47.7» e mette 47.82 e 47.89, allora commercio ambulante, al 54. In ATECO 2025 il 47.82 è il commercio al dettaglio di parti e accessori di autoveicoli, cioè commercio a tutti gli effetti: chi vende ricambi online e cerca il proprio numero in tabella trova un 54 per cento che non c’entra con la sua attività.

Nessuno dei due casi ha oggi una risposta pubblicata che lo chiuda. La tabella va letta per gruppo di settore economico, non per corrispondenza numerica, e i casi di confine vanno portati a un commercialista. Dichiariamo la divergenza invece di risolverla.

Contributi e SCIA

Sulla previdenza il codice concorre a stabilire in quale gestione INPS finisci, e la gestione commercianti comporta contributi su un reddito minimale dovuti anche nei mesi senza vendite. Ma la gestione segue l’attività svolta e come è inquadrata al Registro delle imprese: il codice sbagliato è un indizio di inquadramento sbagliato, non la causa. Sulla SCIA vale una distinzione che si perde spesso: il settore merceologico dichiarato al comune e il codice ATECO sono classificazioni diverse, la prima stabilisce se servono requisiti di accesso, la seconda classifica l’attività a fini statistici e fiscali. Devono essere coerenti, ma non si compilano copiando l’una dall’altra, e la differenza pesa nell’alimentare, dove il settore merceologico attiva requisiti professionali che altrove non ci sono.

Come si cambia il codice, e cosa succede se non lo cambi

Prima guarda cosa risulta davvero, non cosa ricordi di aver dichiarato. I codici registrati in Anagrafe Tributaria si consultano nell’area riservata dell’Agenzia delle Entrate, sezione «Cassetto fiscale, Consultazioni, Anagrafica». Sul passaggio ad ATECO 2025 la risoluzione 24/E è netta: l’adozione della nuova classificazione non comporta di per sé l’obbligo di presentare la dichiarazione di variazione dei dati. Però, alla prima variazione presentata per qualsiasi motivo, i codici vanno comunicati coerentemente con ATECO 2025.

Devi intervenire se

  • Il codice registrato descrive un’attività che non fai più
  • Hai aggiunto categorie o servizi che nessun tuo codice copre
  • Stai per presentare una variazione per altri motivi

Puoi non fare niente se

  • Il codice è stato riconvertito d’ufficio e descrive ancora quello che vendi
  • L’unico cambiamento è la rinumerazione dovuta al passaggio di classificazione
  • Hai aperto dopo il 1 aprile 2025 con un codice coerente con la merce

Se la variazione va fatta, chi è iscritto al Registro delle imprese la presenta con la Comunicazione unica di Unioncamere; chi non lo è usa i modelli dell’Agenzia, cioè AA9/12 per le persone fisiche e AA7/10 o AA5/6 per gli altri soggetti.

Lasciare un codice scorretto non fa scattare una sanzione sul codice in quanto tale, ed è la ragione per cui il problema viene rimandato per anni. Le conseguenze arrivano dalle norme che sul codice si appoggiano: un coefficiente applicato su un inquadramento che non regge, un’agevolazione riservata a certi codici chiesta senza requisiti o non chiesta pur avendoli, un inquadramento previdenziale incoerente.

Domande frequenti

Vendo solo su un marketplace: devo usare il 47.9?

No, se la merce è tua. Il 47.9 è di chi fornisce il servizio di intermediazione senza assumere la proprietà dei beni, cioè di chi gestisce la piattaforma. Chi vende prodotti propri su una piattaforma di terzi prende il codice della propria merceologia.

Fonti

Come abbiamo scritto questa guida

Ogni codice citato è stato letto nella struttura ufficiale ATECO 2025 dell’Istat, non in elenchi di terze parti, e le regole dei gruppi 47.1 e 47.9 vengono dalle note esplicative. Dove non abbiamo trovato conferma nella fonte ufficiale non abbiamo scritto un codice. Le 96 corrispondenze del vecchio codice della vendita via internet non sono riprese da altri articoli: le abbiamo contate sulla tavola di raccordo dell’Istat, e il totale coincide con il valore dichiarato dalla tavola stessa nella sua colonna di controllo.

Cosa non abbiamo verificato. Non risulta pubblicato un documento che riesprima l’allegato 4 in codici ATECO 2025 o che chiarisca i due disallineamenti descritti sopra: li abbiamo dichiarati come divergenze aperte invece di scegliere l’interpretazione più comoda. L’articolo 71 del decreto legislativo 59 del 2010 sui requisiti professionali non è risultato consultabile sulle banche dati pubbliche durante la stesura, quindi il passaggio sull’alimentare resta generico. Questa guida non è consulenza fiscale. Rilevazione del 14 agosto 2026.