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Conversione e vendite

Carrello abbandonato: perché succede e cosa correggere per primo

Il tasso di abbandono del carrello viaggia intorno al 70%, ma la prima causa non è nel checkout: sono i costi che compaiono solo alla fine. Nella raccolta di Baymard Institute, fra chi abbandona per motivi diversi dal semplice curiosare, il 40% se ne va perché i costi aggiuntivi sono troppo alti, contro il 17% che si ferma davanti a una procedura troppo lunga. L’email di recupero, che quasi tutti i contenuti italiani sul tema presentano come la soluzione, interviene dopo e riprende una parte di chi era già deciso. Il lavoro che sposta i numeri si fa prima, sulla pagina in cui il cliente scopre quanto paga davvero.

I numeri, e cosa dicono davvero

Baymard Institute raccoglie in una pagina pubblica 50 studi sull’abbandono del carrello pubblicati fra il 2006 e il 2025 e ne calcola una media del 70,22%. La raccolta è aggiornata al 22 settembre 2025.

Quella media è una media di medie, prodotte da fornitori diversi con metodi diversi lungo vent’anni: i singoli valori vanno dal 55,00% rilevato da Forrester nel 2010 all’84,27% rilevato da SaleCycle nel 2020. Serve a capire se il tuo numero è fuori scala, non come obiettivo. Molto più utile è la ripartizione delle cause, che Baymard ricava da una rilevazione su acquirenti online statunitensi escludendo chi dichiara di stare solo guardando: costi aggiuntivi troppo alti 40%, consegna troppo lenta 20%, sfiducia nel lasciare i dati della carta 19%, account obbligatorio 18%, checkout troppo lungo 17%, errori del sito 17%, resi non soddisfacenti 13%, totale non calcolabile in anticipo 12%, carta rifiutata 10%, pochi metodi di pagamento 9%.

Due avvertenze. Le quote sommano 182%, quindi chi rispondeva poteva indicare più motivi: non si spartiscono una torta, si sovrappongono, e lo stesso cliente può essere uscito per la spedizione e per l’account insieme. Inoltre il campione è statunitense, e in quella pagina Baymard non pubblica né la numerosità né la data della rilevazione sulle cause. È una classifica di priorità, non una misura del mercato italiano.

Cosa non è un abbandono

Una parte consistente di quel 70% non è un guasto. Sempre secondo Baymard, il 42% degli acquirenti online statunitensi dichiara di aver abbandonato un carrello perché stava solo guardando o non era pronto a comprare. Il carrello viene usato per almeno tre cose che non sono un ordine: come lista dei desideri, come calcolatrice per scoprire quanto costa la spedizione, come strumento di confronto fra tre siti. Nessuna si corregge nel checkout, e la seconda è un sintomo: se i clienti devono arrivare al carrello per sapere quanto costa spedire, il problema è a monte.

C’è poi un problema di misura. Il tasso grezzo sovrastima quasi sempre: chi aggiunge il prodotto da telefono e compra da computer conta come un abbandono e come un ordine, bot e crawler creano sessioni che non compreranno mai, e un carrello ripreso dopo dieci giorni resta un abbandono se la finestra di attribuzione è più corta. Due misure più oneste: il tasso di completamento passo per passo, che dice dove si perde la gente, e il tasso calcolato solo su chi ha già inserito un indirizzo email valido. È su questa seconda coorte che ha senso giudicare il checkout, e anche le email di recupero.

La prima causa sono i costi a sorpresa

Il 40% che esce per costi aggiuntivi e il 12% che non riusciva a vedere il totale in anticipo sono lo stesso guasto visto da due lati. Quasi mai il cliente se ne va perché sette euro di spedizione sono troppi in assoluto: se ne va perché aveva deciso di comprare a 39 euro e si ritrova a pagarne 46. Non è la cifra, è il momento in cui compare. Un costo annunciato prima è una condizione di acquisto, lo stesso costo annunciato dopo è una revisione del prezzo al rialzo.

In Italia non è solo un tema di conversione, è un obbligo. L’articolo 49, comma 1, lettera e) del Codice del consumo impone che, prima che il consumatore sia vincolato, gli sia comunicato il prezzo totale comprensivo delle imposte e, se del caso, tutte le spese aggiuntive di spedizione, consegna o postali e ogni altro costo. L’articolo 51, comma 2 aggiunge che quelle informazioni vanno date in modo chiaro ed evidente direttamente prima che il consumatore inoltri l’ordine, che il pulsante deve riportare «ordine con obbligo di pagare» o una formula equivalente inequivocabile, e che in mancanza il consumatore non è vincolato dal contratto o dall’ordine. La riga «spedizione calcolata al checkout», da sola su una scheda prodotto, è insieme il primo motivo di abbandono e un punto fragile.

Guarda anche le impostazioni predefinite, perché a volte lavorano contro: fra le opzioni di spedizione documentate da WooCommerce ci sono sia il calcolatore da attivare nella pagina del carrello sia la voce che nasconde i costi finché non viene inserito un indirizzo, e in molte installazioni nessuno l’ha mai toccata. La correzione non richiede un tema nuovo: metti il costo di spedizione, o la soglia per la gratuità, nella scheda prodotto accanto al prezzo, e se hai tariffe per zona mostra quella della regione più frequente indicando che varia. Se pensi di assorbire la spedizione nel prezzo, fai prima il conto: quello che resta dopo spedizione, commissioni e IVA decide se è una leva o una perdita mascherata, ed è la stessa voce che pesa sul costo di gestione del negozio.

Calcolatore del margine reale

Il prezzo di vendita si intende IVA inclusa, come lo vede il cliente.

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Ricavo netto IVA

Margine per ordine

Margine lordo

La percentuale di margine lordo che ottieni qui e quella da inserire nel calcolatore ROAS. Non include costi fissi, resi e reso gratuito.

Le cause in ordine di impatto: verifica e correzione

La colonna della verifica si fa a mano in mezz’ora, da telefono, partendo da una ricerca su Google come farebbe un cliente e senza essere loggato. È il modo più veloce per vedere cose che dal pannello di amministrazione non si vedono.

CausaLa verificaLa correzione
Costi a sorpresa (40%)Apri una scheda da telefono, non loggato: sai quanto pagherai in totale senza cliccare altro?Spedizione o soglia di gratuità nella scheda, accanto al prezzo. Totale sempre visibile nel carrello.
Consegna lenta (20%)La scheda dà una data o solo «spedizione rapida»?Giorni lavorativi espliciti, e l’ora limite oltre la quale l’ordine parte il giorno dopo.
Sfiducia sul pagamento (19%)Guarda il checkout come chi non ti conosce: chi sei, dove hai sede, cosa succede se qualcosa va storto?Partita IVA e indirizzo nel piè di pagina, contatto umano visibile, HTTPS senza contenuti misti.
Account obbligatorio (18%)Prova a comprare senza registrarti. Se non ci riesci, hai trovato il problema.Acquisto come ospite attivo, account proposto dopo il pagamento.
Checkout troppo lungo (17%)Conta i campi visibili di default, compresi i facoltativi.Togli tutto ciò che non serve a spedire, incassare e fatturare.
Errori e blocchi (17%)Completa un ordine vero da telefono su rete lenta, e uno con carta rifiutata.Errori che dicono cosa fare, dati del modulo mai persi.
Resi poco chiari (13%)Cerca chi paga il reso partendo dalla scheda: quanti clic servono?Costo del reso, chi lo paga e i 14 giorni nella scheda, non solo nelle condizioni generali.
Totale non calcolabile (12%)Nel carrello, prima dell’indirizzo, vedi un totale o una riga vuota?Stima sulla zona più frequente, aggiornata quando l’indirizzo arriva.
Carta rifiutata (10%)Chiedi al gateway il tasso di autorizzazione degli ultimi 90 giorni.Riprova senza ricominciare, e un metodo alternativo nella stessa schermata.
Pochi metodi (9%)I metodi accettati sono dichiarati prima del checkout o dentro?Almeno carte, PayPal e un portafoglio mobile, dichiarati a inizio ordinazione.
Quote rilevate da Baymard, che si sovrappongono. Verifiche e correzioni sono giudizi ricavati dai meccanismi descritti e dagli obblighi italiani, non misurazioni.

L’acquisto come ospite

Il 18% che abbandona perché il sito voleva un account è la causa con il rapporto migliore fra impatto e fatica: quasi sempre si risolve con un’impostazione, non con uno sviluppo. In WooCommerce sta in Impostazioni, Account e privacy; le piattaforme in abbonamento hanno un equivalente.

Il conto che quasi nessuno fa è questo. L’account obbligatorio ti fa perdere una quota degli ordini oggi, sul fatturato. In cambio ti dà clienti riconoscibili al ritorno, che valgono qualcosa solo se hai davvero un programma per riattivarli: se le email che mandi sono tre newsletter l’anno, stai pagando un prezzo certo per un beneficio che non incassi. E un dettaglio rende l’obbligo quasi sempre inutile: l’email la raccogli comunque, perché serve per la conferma d’ordine. Quello che l’account aggiunge è la password, cioè la parte che il cliente detesta e che a te non serve per vendere. L’alternativa è l’account posticipato: si compra come ospite e nella pagina di conferma si propone di crearlo con un clic, visto che nome, indirizzo ed email sono appena stati scritti. È la stessa logica per cui la pagina di ringraziamento è il posto giusto per chiedere qualcosa in più, come nella guida su upselling e cross selling.

Checkout lungo, fiducia, consegna

Sul checkout troppo lungo Baymard fornisce anche il metro: nei suoi test un flusso ideale può stare in 12-14 elementi di modulo, 7-8 contando solo i campi veri, mentre il benchmark dei checkout statunitensi che ha misurato ne mostra in media 23,48. Non serve riprogettare, serve togliere: azienda, secondo indirizzo, provincia deducibile dal CAP, «come ci hai conosciuto», il campo note che genera solo richieste ingestibili. Un campo facoltativo costa comunque un’occhiata e una decisione, quindi non è gratis.

Il 19% che non si fida a lasciare i dati della carta è la causa che i negozi piccoli sottovalutano di più, perché chi conosce il proprio marchio non riesce a vederlo con gli occhi di uno sconosciuto. Non funzionano i sigilli comprati, funziona l’insieme di segnali che dicono che dietro c’è un’azienda reale: partita IVA e indirizzo, un telefono o una chat con una persona, il nome che comparirà sull’estratto conto dichiarato prima. E se il pagamento avviene su un dominio diverso dal tuo senza preavviso, è la cosa che spaventa di più, ed è gratis da spiegare con una riga.

La consegna lenta pesa il 20% e in genere non si risolve cambiando corriere, si risolve dicendo la verità prima: chi legge «consegna in 5-7 giorni lavorativi» sulla scheda decide con quel dato e resta, chi scopre gli stessi giorni al terzo passaggio se ne va. L’articolo 61 del Codice del consumo fissa il limite esterno, cioè la consegna senza ritardo ingiustificato e al più tardi entro trenta giorni dalla conclusione del contratto, salva diversa pattuizione. E l’articolo 51, comma 3, rispettato di rado, stabilisce che i siti di commercio elettronico indicano in modo chiaro e leggibile, al più tardi all’inizio del processo di ordinazione, se si applicano restrizioni relative alla consegna e quali mezzi di pagamento sono accettati: isole escluse, paesi non serviti e metodi disponibili vanno dichiarati all’inizio. È la correzione che serve al 9% che esce per mancanza di metodi di pagamento, ed è già dovuta per legge.

Le email di recupero: quante, quando, cosa scriverci

Le email di recupero funzionano, ma su una popolazione molto più piccola di quella che il tasso di abbandono suggerisce: agiscono solo su chi ha lasciato un indirizzo, cioè su chi era già arrivato in fondo. Vanno impostate dopo aver corretto le cause di sopra, non al posto di quelle.

Prima la base giuridica, perché qui si sbaglia spesso

L’articolo 130, comma 4 del Codice privacy (D.lgs. 196/2003) consente di usare senza consenso le coordinate di posta elettronica per vendere direttamente prodotti o servizi analoghi, ma a una condizione precisa: che l’indirizzo sia stato fornito dall’interessato «nel contesto della vendita di un prodotto o di un servizio». Un carrello abbandonato, per definizione, non è una vendita. Quell’eccezione, che in gergo si chiama soft spam, non copre quindi automaticamente le email di recupero, ed è l’errore che si legge più spesso sul tema.

Serve una base giuridica dichiarata nella tua informativa, tipicamente un consenso raccolto in modo separato e senza caselle preselezionate: l’indirizzo digitato in un campo del checkout non è di per sé un consenso a essere ricontattato. Ogni messaggio deve poi identificare il mittente e consentire di opporsi in modo agevole e gratuito. Se il tuo strumento invia in automatico a chiunque digiti l’email, quella è l’impostazione da guardare per prima. Non siamo consulenti legali: questa è la lettura del testo di legge, la configurazione va validata con chi ti segue sulla privacy.

Il ritmo e il contenuto

Tre messaggi sono il tetto ragionevole, e due funzionano quasi sempre come tre: il primo entro poche ore, quando il bisogno è ancora attivo, il secondo il giorno dopo, un eventuale terzo a qualche giorno di distanza. Poi si smette, perché chi non ha risposto a tre email non risponderà alla quarta, mentre la quarta produce disiscrizioni e segnalazioni di spam che danneggiano tutte le altre comunicazioni.

Sul contenuto vale una regola sola: il primo messaggio deve rimuovere un ostacolo, non offrire un premio. Rimetti in chiaro il carrello con prodotti e foto, il totale completo di spedizione, i tempi di consegna, la politica di reso in una riga, i metodi di pagamento accettati, e un solo pulsante che riporta dove il cliente si era fermato. Il secondo può aggiungere le risposte alle obiezioni tipiche di quel prodotto.

Lo sconto nella prima email è la scorciatoia che si paga più cara: insegna una regola precisa a chi torna, cioè riempi il carrello, aspetta, arriva il codice. Chi la impara smette di comprare a prezzo pieno, e il costo non si vede nel rapporto della campagna di recupero, che continuerà a mostrare ottimi risultati, ma nel margine medio di tutti gli ordini. Se vuoi una leva, tienila per il terzo messaggio e limitala a chi non ha mai comprato, oppure offri la spedizione gratuita invece dello sconto: costa meno e colpisce il motivo di uscita numero uno. Prima di deciderlo pesa l’effetto sul margine con lo stesso metodo con cui si controlla la redditività della pubblicità, perché uno sconto ricorrente è una voce di costo permanente.

Ha senso se

  • Hai già corretto costi visibili, acquisto come ospite e tempi di consegna dichiarati.
  • Raccogli l’email presto nel checkout e hai una base giuridica dichiarata nell’informativa.
  • Hai volume sufficiente: sotto qualche decina di carrelli persi al mese non misuri nulla.

Lascia perdere se

  • La spedizione compare solo al checkout: pagheresti per rincorrere un problema che continui a creare.
  • L’unica leva che hai in mente è un codice sconto nel primo messaggio.
  • Non hai modo di escludere chi ha già completato l’ordine da un altro dispositivo.

Domande frequenti

Qual è un tasso di abbandono normale?

La media documentata da Baymard su 50 studi è il 70,22%, ma i singoli valori della lista vanno dal 55% all’84%. Se il tuo sta in quella fascia non hai un’anomalia. Il numero utile non è il tasso complessivo ma quello per passaggio del checkout, che dice dove si perde la gente.

Da cosa comincio se ho poco tempo?

Rendi visibile il costo di spedizione sulla scheda prodotto e attiva l’acquisto come ospite. Coprono il 40% e il 18% dei motivi dichiarati, si fanno entrambe senza sviluppo, e la prima è comunque dovuta per legge.

Posso scrivere a chi ha abbandonato il carrello senza consenso?

L’eccezione dell’articolo 130, comma 4 del Codice privacy vale per gli indirizzi raccolti nel contesto di una vendita, e un carrello abbandonato non è una vendita. Serve quindi una base giuridica dichiarata nell’informativa, tipicamente il consenso, con l’opposizione sempre possibile in modo agevole e gratuito.

Fonti

Come abbiamo scritto questa guida

I dati sull’abbandono vengono dalla raccolta pubblica di Baymard Institute, letta il 14 agosto 2026 nella versione aggiornata al 22 settembre 2025; le norme dai testi vigenti su Normattiva, letti articolo per articolo e non attraverso riassunti di terzi; le impostazioni dalla documentazione ufficiale di WooCommerce. Il minimo e il massimo della lista, 55,00% e 84,27%, e la somma delle quote a 182% sono aritmetica nostra sui dati pubblicati, ed è il motivo per cui invitiamo a non leggere quelle percentuali come parti di un intero.

Quello che non abbiamo: non gestiamo i negozi di cui parliamo, non abbiamo eseguito test A/B né misurato conversioni, e non riportiamo risultati di test altrui. Le colonne verifica e correzione sono giudizi ricavati dai meccanismi descritti e dagli obblighi di legge, non misurazioni. Abbiamo lasciato fuori le percentuali di recupero che i fornitori di software attribuiscono alle email di carrello abbandonato, perché non siamo riusciti a risalire a uno studio primario verificabile: quasi tutte rimandano a materiali commerciali di chi vende lo strumento, e quasi nessuna dichiara quanti di quegli ordini sarebbero arrivati comunque. Per lo stesso motivo non citiamo le pagine di assistenza di Shopify sull’acquisto come ospite, che non si sono aperte alla consultazione. I calcolatori girano nel tuo browser e non inviano nulla.